L'uomo che non smette di cercare. Giulio Venditti
Un viaggio tra grotte sommerse, acquedotti romani e memorie dimenticate guidato da una curiosità più forte del tempo.
Prima ancora che nascesse, suo padre lo ha sognato con le mani e i piedi palmati. Lo ha sognato una volta, poi un'altra e poi ancora. Se fosse nato duemila anni prima, in un mondo che cercava significati nei sogni e presagi nel volo degli uccelli, qualcuno avrebbe provato a interpretarla. Invece è rimasta soltanto una curiosa coincidenza, una storia da raccontare ogni tanto.
Eppure, guardando la vita di Giulio Venditti, viene difficile non ripensarci.
È cresciuto in Ciociaria, lontano dal mare. Da ragazzo prendeva il motorino e cercava qualsiasi occasione per raggiungere la costa. Ad attirarlo era quello che si trovava sotto la superficie. Passava ore in apnea, da autodidatta, ad osservare il fondale, raccogliere molluschi e inseguire quella sensazione difficile da spiegare che prova chi scopre un mondo nuovo.
A Ventotene ha imparato che immergersi era soltanto una piccola parte di un universo molto più vasto, fatto di osservazione, disciplina, preparazione e rispetto. Più imparava, più si rendeva conto di quanto ci fosse ancora da capire. Forse è per questo che ancora oggi, nonostante decenni di esperienza, continua a definirsi più allievo che istruttore.
Per anni la sua ricerca lo ha portato sui relitti del Mediterraneo e del Mar Rosso. Luoghi silenziosi, sospesi nel tempo, dove ogni immersione sembrava aprire una finestra su una storia dimenticata. Nel 2014 ha partecipato all'individuazione di due relitti della Seconda Guerra Mondiale nelle acque di Malta, ma ascoltandolo parlare si capisce subito che la profondità non è la parte che lo affascina di più.
Per lui un relitto non è mai soltanto una nave affondata, ma il punto in cui il tempo si è fermato. Una storia interrotta che continua a esistere nel silenzio del mare, aspettando che qualcuno torni ad ascoltarla.
Ed è forse proprio lì che inizia il percorso che lo porterà alle grotte. In fondo un relitto e una grotta hanno qualcosa in comune: custodiscono il buio, conservano segreti, obbligano a rallentare e a entrare in punta di piedi.
In una grotta inesplorata non esiste luce naturale del sole, non esiste un orizzonte visibile, non esiste la traccia di nessuno che sia passato prima. Esiste il buio, la roccia che preme da ogni lato, il tuo respiro che scompare nel silenzio. Ed esiste il filo. Quello che stai posando tu, centimetro dopo centimetro, mentre avanzi.
Quel filo è l'unica cosa che ti collega al mondo fuori.
Mi spiega che, quando sei lì sotto, l'adrenalina arriva insieme alla paura e che le due cose finiscono per aiutarsi. La paura tiene sotto controllo l'adrenalina, mentre l'adrenalina impedisce alla paura di bloccarti. Nel punto in cui si incontrano nasce qualcosa di simile a una lucidità assoluta: ogni pensiero che appartiene alla superficie scompare, ogni distrazione si dissolve. Rimangono la roccia, l'acqua, il respiro e il centimetro davanti a te.
In una grotta ogni centimetro è una variabile e una conquista.
Basta posare quel filo nel modo sbagliato, basta non accorgersi di come passa in un punto stretto e, quando la visibilità scompare, ciò che all'andata sembrava insignificante diventa improvvisamente enorme.
Il ritorno. L'uscita. La strada per tornare a casa.
La grotta impone disciplina e per qualche ora diventi una cosa sola con l'ambiente che ti circonda, perché non puoi fare altrimenti.
Mentre lo ascolto, ho l'impressione che ciò che continua a riportarlo laggiù non sia il pericolo e nemmeno la sfida, ma quella rara condizione di essere completamente presente, di abitare ogni secondo senza che la mente possa fuggire altrove.
Come quella che lo ha fermato un mattino davanti a un acquedotto romano.
Per anni ci era passato davanti senza farci troppo caso. Era lì, come sono lì tutte le cose che vediamo ogni giorno e che finiscono per diventare invisibili.
Poi si è fermato.
Da dove arriva quest'acqua?
Quella domanda lo ha portato tra sorgenti nascoste, montagne, grotte e risorgenze che si aprivano soltanto in particolari condizioni. Oggi quel viaggio si chiama Acquae Imperatorum e Giulio lo descrive come un figlio, qualcosa a cui ha dedicato tredici anni della propria vita e che porta la sua impronta in ogni fotogramma. Si percepisce quel filo invisibile che unisce cose apparentemente lontane e che lui continua ostinatamente a inseguire.
Lo stesso filo è riaffiorato qualche anno dopo all'interno della Grotta del Cavallone, in Abruzzo.
Lì non ha trovato soltanto roccia e acqua, ma tracce. Resti di fuochi accesi decenni prima, piccoli oggetti che il tempo aveva custodito con la stessa pazienza con cui l'acqua scolpisce una montagna. Poco alla volta è emersa una storia. Durante la Seconda Guerra Mondiale alcune famiglie si erano rifugiate proprio lì, nascondendosi dai rastrellamenti tedeschi e vivendo per mesi nel ventre della montagna.
In quegli ambienti, Giulio non ha visto semplicemente reperti. Ha visto qualcuno che aveva avuto paura nello stesso punto in cui lui si trovava adesso. Qualcuno che aveva dormito appoggiato a quella parete, acceso un fuoco per scaldarsi, ascoltato il silenzio della montagna chiedendosi se il giorno dopo sarebbe stato ancora vivo.
La pietra aveva conservato tutto. Non soltanto gli oggetti, ma la presenza.
Il momento che ricorda con più emozione è arrivato quando è riuscito a incontrare una delle ultime persone che in quella grotta aveva vissuto davvero. Una voce capace di attraversare il tempo e di collegare il presente a una storia che sembrava ormai appartenere soltanto alla pietra e ne ha fatto un documentario.
Negli stessi anni i suoi progetti hanno iniziato ad assumere una forma diversa. Continuavano a esserci il mare, le immersioni e l'esplorazione, ma sempre più spesso diventavano strumenti per raccontare qualcosa di più grande e celato. Oggi sta lavorando a diversi documentari, tra cui quello sullo squalo bianco nel Canale di Sicilia, una delle aree più importanti per questa specie.
Nel corso delle sue ricerche ha raccolto storie e testimonianze lungo le coste siciliane. Una di queste appartiene ad un pescatore delle tonnare. Un giorno uno squalo bianco è rimasto impigliato nelle reti, vivo ed enorme. Avrebbe potuto essere considerato un danno, un pericolo da eliminare e invece quel pescatore non ha esitato a liberarlo. Non perché ignorasse il danno che poteva provocare, ma perché davanti a lui non vedeva un nemico.
Vedeva una creatura appartenente allo stesso mare.
Quando Giulio racconta questo episodio, racconta di quel momento preciso in cui l'uomo smette di sentirsi separato da ciò che lo circonda e si ricorda di appartenere alla stessa storia della natura. Come se ogni cosa che ha esplorato fosse soltanto una porta diversa attraverso cui osservare la stessa verità: nulla esiste davvero da solo e il compito di chi esplora non è conquistare, ma comprendere.
Dopo una vita trascorsa tra spedizioni, missioni, immersioni e luoghi in cui la disciplina non è una qualità ma una necessità, ad un certo punto si è dovuto fermare.
Per ascoltare un corpo che chiedeva tempi diversi e una vita che stava cambiando forma.
Non ha l'aria di qualcuno che pensa di essere arrivato, anzi. Ogni risposta sembra trasformarsi in una nuova domanda. Ogni storia ne nasconde un'altra.
Ogni scoperta apre una porta che conduce altrove, perché esistono persone che non riescono a smettere di incuriosirsi e meravigliarsi.
Mentre lo ascolto parlare, ho la sensazione che stia seguendo da tutta la vita lo stesso filo. Lo stesso che usa mentre si trova in una grotta inesplorata. Quello che unisce la natura alla storia, il passato al presente, le persone ai luoghi che attraversano. Forse è per questo che non riesce a fermarsi.
Perché una volta che hai intravisto quel legame, anche solo per un istante, non puoi più ignorarlo.
Continui a seguirlo tra una grotta sommersa e una sorgente nascosta, tra un relitto dimenticato e una storia che rischia di sparire.
Ripenso allora al sogno di suo padre e a quel bambino con le mani e i piedi palmati che sarebbe arrivato di lì a poco.
Forse non era una profezia, forse era soltanto un sogno.
Ma dopo aver ascoltato Giulio parlare di acqua, di pietra, di memoria e di persone, viene da pensare che alcune vite abbiano una direzione ancora prima di avere una meta.